Una serie horror gotica originale di Lupe Farkas
La Prescelta Capitolo Sei Ksenia
Ksenia chiede una prova. Maria le dice di guardare meglio.
La Prescelta · Capitolo Sei
Ksenia
Santa Teresa · Rio de Janeiro
«Siediti, Ksenia.»
«Dove? Non ci sono sedie.»
«Per terra, Ksenia, minha filha. Non ti è ancora permesso sederti su una sedia. Devi mantenere il contatto con la terra. Assorbire le energie.»
«È ridicolo.»
«Be’, forse lo è, forse no. Ma queste sono le regole. E sei stata tu a voler vedere, sperimentare, toccare con le tue mani.»
«E dovrei vedere, sperimentare e toccare con le mie mani stando seduta per terra?»
«Sì. È un inizio. Camminare a piedi nudi, indossare abiti di fibre naturali, fare bagni nella natura, bagni alle erbe.»
«Non ho mai sentito parlare di una cosa del genere.»
«Ed è proprio per questo che non hai mai visto, non hai mai sentito né sperimentato.»
Mi sedetti sul pavimento.
«Cos’altro dovrei fare?»
«Devi mangiare cibi il più possibile naturali. E devi dormire.»
«Perché?»
«Perché devi vedere. E per vedere bisogna essere riposati.»
«E poi mi mostrerai i documenti?»
«Quali documenti?»
«I documenti che dimostrano l’esistenza dei demoni che studio da tutti questi anni.»
«Non esistono documenti per ciò che vedrai e sperimenterai.»
«Cosa vuoi dire?»
«Ti sto preparando.»
«A cosa?»
«A darti esattamente quello che hai chiesto. Adesso la smetti con queste domande stupide?»
«Io non faccio domande stupide.»
«Eccome se le fai. Da quando avevi tredici anni non fai altro che studiare, fare ricerche, cercare risposte, voler vedere, chiedere segni.»
«Come fai a saperlo?»
«L’ho sentito.»
«È impossibile. Ero in Russia.»
«Esistono cose che non conoscono distanze né confini.»
La guardai. Nella stanza regnava uno strano silenzio. Non me ne ero accorta prima.
«Aspetta. Non sapevo che parlassi inglese.»
«Non lo parlo.»
«E allora come facciamo a parlare?»
«Non stiamo parlando.»
«In che senso?»
«Guarda meglio e presta attenzione.»
«I demoni esistono?»
La osservai più attentamente, cercando di capire se le sue labbra si muovessero. Non si muovevano. Poi mi resi conto che nemmeno le mie si stavano muovendo. Provai ad aprire la bocca.
Niente.
Ci provai con più forza. Avevo la sensazione che le labbra fossero state incollate. Più insistevo nel tentativo di aprire la bocca e parlare, più il dolore aumentava. La lingua diventava sempre più pesante e la mascella cominciò a farmi male per lo sforzo. Il cuore prese a battermi più velocemente. Ci riprovai. Il dolore peggiorò. La lingua era diventata così pesante che riuscivo a malapena a muoverla. Provai a urlare.
Non uscì alcun suono.
Mi alzai e uscii dalla stanza. Nell’istante in cui attraversai la soglia, la bocca si aprì.
«Sto impazzendo?»
Il suono arrivò. La mia voce. Mi toccai le labbra con entrambe le mani. Si aprivano. Mossi la lingua. Funzionava tutto.
«Sto impazzendo?»
Lo ripetei soltanto per il piacere di sentire la mia voce. Poi gridai.
«È un sogno?»
Una voce mi rispose. Una voce femminile. La voce di Maria.
Smettila di urlare e torna dentro.
Mi immobilizzai. Maria era ancora nella stanza. La sua voce era arrivata da dentro la mia testa.
Era dentro la mia cazzo di testa.
Telepatia. La mia mente. Un’allucinazione. Oppure stavo davvero impazzendo. Nessuna delle possibilità era rassicurante.
Rientrai nella stanza, continuando a toccarmi le labbra.
È un sogno? Com’è possibile una cosa del genere?
Le mie labbra non si mossero. Maria mi guardò. Mi aveva sentita.
Le lacrime cominciarono a scendermi dagli occhi. Non sapevo se stessi piangendo per lo spavento, per la paura di ciò che mi stava accadendo o per l’emozione. In fondo, era proprio quello che avevo sempre desiderato.
Era magia? Era qualcosa di demoniaco? Era finalmente la prova che qualcosa esisteva davvero?
Non c’erano documenti. Nessun antico manoscritto. Niente che potessi riportare all’università e posare su un tavolo. Eppure mi stava succedendo qualcosa che non riuscivo a spiegare.
Minha filha…
Ancora la voce di Maria. Dentro la mia testa. Mi avvicinai a lei. Per tutto quel tempo non avevo mai osservato davvero il suo viso.
Minha filha, avvicinati. Guardami e non avere paura.
Le sue labbra non si mossero. Non so perché, ma mi avvicinai ancora. Mi inginocchiai davanti a lei e le toccai il viso. La sua pelle era calda. Uno strano calore mi attraversò la punta delle dita.
La sua voce continuò a risuonarmi nella testa.
Sì. Ti è permesso toccarmi.
Non ti ho chiesto il permesso.
È proprio per questo che te lo permetto.
La osservai da vicino. Era bellissima. Dimostrava al massimo cinquant’anni. Forse anche meno. Non c’era niente, nel suo viso, che facesse pensare a una donna di ottant’anni. La sua pelle aveva il colore della cannella. I capelli erano completamente bianchi e lunghissimi.
E i suoi occhi… I suoi occhi erano verdi. Per un istante mi sembrò di vedere qualcosa riflesso al loro interno. Sbattei le palpebre. Scomparve.
Profumava di legno, fumo, erbe e qualcosa di più dolce. Una specie di polvere o incenso che non riuscivo a riconoscere.
Bakhoor?
Sì. È bakhoor.
Mi immobilizzai. Non l’avevo detto.
Perché profumi di bakhoor?
Perché sono protetta.
Da chi? E da cosa?
Dal mio Maestro. E da chiunque voglia farmi del male.
Il mio Maestro. Quelle parole non mi piacquero. L’aria alle mie spalle diventò più fredda, mentre la pelle di Maria rimaneva calda sotto la mia mano.
Mi voltai a guardare dietro di me. Non c’era niente. Tornai a guardarla. Mi stava ancora osservando. Le sue labbra non si erano mai mosse.
Dovevo sembrare una bambina piccola. Avevo una mano appoggiata su di lei e portai l’altra al mio viso. Le toccai una guancia. Poi toccai la mia. La sua fronte. La mia. Poi le sue labbra.
Mi fermai. Lei non si mosse. Toccai prima le mie labbra e poi le sue. Forse avevo soltanto bisogno di sapere che era reale. Che io ero reale.
Le punte delle mie dita stavano toccando entrambe quando qualcosa cambiò. All’inizio pensai che mi stesse girando la testa. Poi vidi.
Cosa sto vedendo?
L’inizio.
Fine del Capitolo Sei
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