Una serie originale di Lupe Farkas
La Prescelta Capitolo Tre Ksenia
È già stato organizzato tutto. Anche quello che lei non ha scelto.
La Prescelta · Capitolo Tre
Ksenia
Madrid · Londra · verso Rio de Janeiro
Era successo tutto così in fretta.
Ero stata in Scozia a parlare con la professoressa Ward e adesso ero davanti all’università di Madrid, con in mano un pezzo di carta su cui c’erano scritti Rio de Janeiro e un nome.
Maria.
Pronunciai il suo nome ad alta voce, cercando di immaginare la donna che avrei dovuto trovare.
«Ti sto aspettando.»
Mi si gelò il sangue.
Mi voltai, poi guardai le persone che mi passavano accanto. Una ragazza rideva al telefono. Due uomini discutevano vicino all’ingresso.
Nessuno mi stava guardando.
Tutto il mio corpo mi diceva di non andare.
Assurdo.
Ci sarei andata.
Trovai il numero dell’università e chiesi del professor Smith. Era lui a occuparsi dei fondi per il mio dottorato, cosa che fino a quel momento aveva significato soprattutto spiegarmi perché non ce n’erano abbastanza.
«Buongiorno, professore. Sono Ksenia Morozova. Volevo sapere se ci sono fondi disponibili per un viaggio. Devo andare in…»
«Brasile. Sì, ho tutto qui.»
Allontanai il telefono dall’orecchio e lo guardai.
Come se potesse spiegarmi qualcosa.
«Come fa a sapere del Brasile?»
«È nel suo itinerario.»
«Quale itinerario?»
«I voli, l’hotel. Pensavo l’avesse già visto. Il suo fondo di ricerca ha ricevuto un contributo piuttosto importante.»
«Cosa intende per contributo?»
«Qualcuno ha deciso di essere molto generoso. Non ho mai visto un finanziamento del genere per un progetto come il suo.»
«Chi?»
Silenzio.
Sentivo la sua tastiera.
«È passato tutto dall’ufficio ricerca. C’è un riferimento, ma nel documento che ho davanti non compare il nome di nessun donatore.»
Aprii di nuovo il foglio.
Il nome di Maria era ancora lì.
Certo che era ancora lì.
Cosa mi aspettavo, che sparisse?
«Il suo volo per il Brasile parte da Heathrow domani mattina», continuò. «E questo pomeriggio ha un volo da Madrid a Londra. È a Madrid?»
«Sì.»
«Bene. Ha poco più di tre ore. Le inoltro subito i documenti. I fondi per le spese sono già stati accreditati.»
«Professore, io non ho prenotato niente.»
«Allora le consiglio di leggere quello che le ho mandato. Anche l’hotel è già pagato.»
«Va bene. Grazie.»
Lo ringraziai.
È quello che mi uscì di bocca.
Prima ancora che riuscissi ad aprire la sua email, un’auto nera si fermò accanto al marciapiede.
L’autista abbassò il finestrino.
«Ksenia?»
«Sì?»
«Sono Luis. La porto all’aeroporto.»
«Come fa a sapere che devo andare all’aeroporto?»
Mi mostrò il telefono.
«Ho ricevuto una prenotazione. Ksenia Morozova. È lei?»
Il mio nome.
Una mia foto.
Il punto in cui venirmi a prendere.
Sopra, un codice di prenotazione che finiva con 216.
Era una bella foto.
Non ricordavo che qualcuno me l’avesse scattata.
«Chi l’ha mandata?»
«L’ufficio.»
Certo.
L’ufficio.
A quanto pare, da qualche parte esisteva un ufficio che stava passando una giornata molto produttiva a organizzarmi la vita.
Luis scese e mi aprì la portiera.
Ricordo di aver guardato il sedile.
Ricordo di aver pensato che avrei dovuto chiamare qualcuno.
La cosa successiva che ricordo con chiarezza è che mi stavo allacciando la cintura di sicurezza sull’aereo.
In mezzo c’erano dei pezzi.
Il mio passaporto che scivolava su un bancone.
Una donna che mi indicava i controlli.
La mia voce che rispondeva a una domanda.
Sapevo di aver attraversato l’aeroporto, ma non riuscivo a mettere quei momenti nell’ordine giusto.
Controllai il telefono.
La carta d’imbarco era lì.
Anche la prenotazione dell’hotel.
E c’era un messaggio che mi dava il benvenuto a Londra, anche se non avevamo ancora lasciato Madrid.
Bloccai lo schermo.
Quando arrivai in hotel ero così stanca che avrei potuto piangere per una cosa stupida, tipo qualcuno che mi chiedeva di fare lo spelling del mio cognome.
Nessuno me lo chiese.
L’uomo alla reception aveva già pronta la chiave.
«Preferisce che i suoi acquisti vengano consegnati qui, signora Morozova, o vuole ritirarli personalmente?»
«I miei acquisti?»
«Da Harrods. Possiamo farli consegnare questa sera.»
«Vado a prenderli io.»
Lo dissi in fretta, prima che potesse organizzare qualcos’altro.
Volevo andare da qualche parte perché avevo deciso io di andarci.
Volevo scegliere una strada.
Fermarmi davanti a una vetrina.
Perdere dieci minuti.
Avevo passato l’intera giornata ad essere attesa in posti in cui non sapevo nemmeno di dover andare.
Fuori mi fermai sul bordo del marciapiede.
«Aspetta.»
Un autobus passò così vicino che lo spostamento d’aria mi sollevò i capelli dal collo.
«Adesso.»
Attraversai.
Dall’altra parte rimasi ferma a guardare la strada.
Poi ripresi a camminare, perché restare lì non serviva a niente.
«Mangia qualcosa.»
Avevo fame.
La cosa mi irritò.
Sarebbe stato molto più facile rifiutare se non avessi avuto fame.
Scelsi un ristorante e ordinai da mangiare e da bere.
Scelsi tutto apposta.
Io.
Anche se ormai non ero più così sicura di riuscire a capire cosa stessi scegliendo davvero.
Mentre aspettavo, aprii l’app della banca.
Sto attenta ai soldi.
Controllo quello che entra, quello che esce, quello che posso permettermi.
A volte controllo due volte, sperando che il risultato sia cambiato.
Questa volta lo era.
«Seicentosessantaseimila sterline?»
Lo dissi abbastanza forte da far abbassare la forchetta alla donna seduta al tavolo accanto.
Fissai lo schermo.
Chiusi l’app.
La riaprii.
£666.000,00.
Erano ancora lì.
Un cameriere mi stava guardando.
Anche altre persone.
«Scusi», dissi. «Il cibo. Quando è molto buono divento rumorosa.»
Il cameriere guardò il mio tavolo vuoto.
«L’ultima volta», aggiunsi.
Avrei voluto infilare la testa nella borsa.
Quando arrivò il cibo mangiai perché era lì e perché mi era stato detto di farlo.
E subito dopo mi odiai per averlo pensato.
Potevo avere fame senza che qualcuno me lo dicesse.
Almeno quello potevo ancora farlo da sola.
Controllai i dettagli del pagamento.
Fondi per la ricerca.
Un numero di riferimento.
Nient’altro.
Niente che spiegasse perché qualcuno avesse messo sul mio conto abbastanza soldi da cambiarmi la vita senza chiedermi se li volessi.
Avrei potuto richiamare il professor Smith.
Invece girai il telefono a faccia in giù e finii di mangiare.
Il conto era di £66,60.
Lo fissai per qualche secondo.
Poi pagai.
Da Harrods, una donna mi salutò per nome e mi accompagnò alle cose che mi stavano aspettando.
Fu solo allora che mi resi davvero conto di non avere praticamente niente con me.
Nessun cambio per il Brasile.
Nessuna scarpa adatta.
Ero stata così impegnata a passare da un posto all’altro che non avevo nemmeno pensato a cosa avrei indossato una volta arrivata.
Qualcun altro sì.
C’era un vestito che avevo guardato online così tante volte che avevo iniziato a evitare la pubblicità.
Un paio di scarpe che avevo messo nel carrello e poi tolto dopo aver controllato l’affitto.
Una borsa di cui avevo ingrandito la foto solo per guardare le cuciture.
Toccai il vestito.
«Vuole provarlo?» chiese la donna.
«Chi ha scelto queste cose?»
«Mi hanno dato una lista, signora Morozova.»
«E la mia taglia?»
«Sì.»
Mi stava tutto.
Perfettamente.
Avrebbe dovuto spaventarmi molto più di così.
Ma ero davanti allo specchio con addosso un vestito che desideravo da mesi e, per qualche secondo, mi girai di lato per vedere come mi stava da dietro.
Poi ricordai la strada.
Aspetta.
Adesso.
«La borsa non la voglio», dissi.
La donna la guardò.
«Certamente.»
«La lasci qui.»
«Va bene.»
La guardai mentre la metteva da parte.
Avevo bisogno di vederlo.
Quando tornai in hotel, la borsa era sul letto.
Rimasi ferma sulla porta con i manici delle buste che mi segavano le dita.
Alla fine appoggiai tutto per terra e tornai alla reception.
«C’è una borsa nella mia stanza.»
«Sì, signora Morozova. È stata consegnata mentre era fuori.»
«L’avevo lasciata al negozio.»
Il receptionist sorrise.
«Per fortuna sono riusciti a farla arrivare prima del suo volo.»
Tornai di sopra.
Non la toccai.
Misi il foglio con il nome di Maria accanto al letto e controllai il mio itinerario.
Partenza: 10:30.
Arrivo: 18:06, ora locale.
Quasi dodici ore di volo.
Provai a immaginare Maria che mi aspettava dall’altra parte, ma non riuscivo a darle un volto.
Mi serviva un visto?
Aveva sistemato qualcuno anche quello?
Aprii i documenti di viaggio, lessi la stessa riga tre volte e lasciai perdere.
La stanza era calda.
Non mi ero nemmeno tolta le scarpe.
Mi sdraiai un attimo.
Mi svegliò il telefono.
«Buongiorno, signora Morozova. La sua auto sarà qui tra quarantacinque minuti.»
Per qualche secondo non ricordai nemmeno in quale Paese fossi.
Poi vidi la borsa.
Feci una doccia, mi vestii e preparai i vestiti.
La borsa fu l’ultima cosa che presi.
Era utile.
Mi serviva un posto dove mettere il passaporto e il telefono, ed ero troppo stanca per scendere al piano di sotto tenendoli in mano solo per dimostrare qualcosa.
Odiavo quanto fosse sensato.
L’auto che mi aspettava fuori era ancora più lussuosa di quella di Madrid.
Sprofondai nel sedile di pelle e sentii un profumo che mi fece voltare verso il posto vuoto accanto a me.
Qualcuno era stato seduto lì.
Il profumo era ancora forte, rimasto nella pelle e nell’aria calda.
Provai a capire cosa fosse, ma riuscivo a pensare solo a una cosa.
Chiunque lo portasse non si era mai preoccupato del prezzo di niente.
«Chi c’era qui prima di me?» chiesi.
«Il mio capo.»
«Il suo capo? Pensavo fosse un taxi per l’aeroporto.»
«No, signora. Mi ha chiesto di venirla a prendere personalmente. Voleva assicurarsi che fosse comoda.»
«Chi è?»
«Il signor Shachar.»
«Certo», dissi, come se quel nome significasse qualcosa.
Guardai fuori dal finestrino.
Londra si stava svegliando.
Persone con il caffè in mano.
Qualcuno che correva per prendere un autobus.
Una donna che tirava su il cappotto di un bambino.
Volevo chiedere all’autista di fermarsi.
Potevo scendere.
Comprare un caffè.
Perdere il volo.
La mia mano rimase sulla borsa.
«Hai chiesto di vedere, ascoltare e sentire.»
Mi voltai verso il sedile vuoto.
«Ti sto dando quello che hai chiesto. Sentiti pure fortunata.»
L’autista incrociò il mio sguardo nello specchietto.
«Tutto bene, signora?»
«Sì.»
Stava diventando una parola fin troppo facile da dire.
A Heathrow controllarono il mio passaporto, scansionarono la carta d’imbarco e mi dissero dove andare.
Mi fecero delle domande.
E, a quanto pareva, avevo tutte le risposte giuste.
Nessuno guardò male un documento.
Nessuno mi mandò a un altro sportello.
Continuavo ad aspettarmi che qualcuno mi fermasse.
Quando la donna al gate tenne il mio passaporto in mano qualche secondo più del necessario, provai quasi sollievo.
«Buon volo, signora Morozova.»
Me lo restituì.
Il mio posto era il 6A.
Finestrino.
Certo che avevo il finestrino.
Mi sedetti, misi via il passaporto e accettai il drink che mi offrirono.
La borsa entrava perfettamente accanto ai miei piedi.
Fuori, un uomo con il giubbotto catarifrangente alzò una mano verso qualcuno che non riuscivo a vedere.
Era tutto perfetto.
Era stato pagato tutto.
Indossavo vestiti che adoravo.
Stavo andando in Brasile.
E avevo più soldi di quanti ne avessi mai avuti in vita mia.
Premetti le dita contro il bracciolo mentre l’aereo iniziava a muoversi.
Tra meno di dodici ore sarei stata lì.
«Sì, ci sarai.»
Continuai a guardare fuori dal finestrino.
«E la tua vita comincerà.»
Fine del Capitolo Tre
La Prescelta è una serie horror gotica originale scritta da Lupe Farkas. Quaranta capitoli si susseguono fino ad Halloween 2026. Inizia da Capitolo Uno: Ksenia oppure visita tutti i capitoli di La Prescelta .
Preferisci leggere in inglese? Read The Chosen – Chapter Three: Ksenia